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ESCORTs tegueste

 

 

“Est-ce qu’elle vous plaît ?”, illustrazione di Hermann Vogelper L’Assiette au Beurre

La parola “prostituzione” ESCORTs tegueste deriva dal verbo latino prostituĕre (pro, “davanti”, e statuere, “porre”), e indica la situazione della persona (in genere schiava) che non “si” prostituisce, ma che, come una merce, viene “posta (in vendita) davanti” alla bottega del suo padrone. Questa origine richiama ESCORTs tegueste quindi la condizione storicamente più abituale della prostituta, la quale non esercita autonomamente la sua professione, ma vi è in qualche modo indotta da soggetti che ne sfruttano il lavoro traendone un proprio guadagno (cosiddetti “protettori”). Anche in greco antico il verbo προτίθημι ha un significato simile: esporre, proporre, presentare, offrire.

L’uso del termine ESCORTs tegueste non è univoco e a seconda del Paese, del periodo storico o del contesto socio-culturale può includere qualsiasi atto sessuale e qualsiasi tipo di compenso (anche non in denaro) o indicare coloro che svolgono atti sessuali fuori dal matrimonio, o uno stile di vita simile a coloro che offrono le prestazioni o chi intrattiene atti sessuali disapprovati. Può indicare anche un comportamento zelante più del dovuto nei confronti di un superiore, finalizzato all’ottenimento di gratifiche lavorative o economiche.

fissò una distinzione fra meretrice e prostituta: la prima guadagna del corpo suo e qui l’illustre linguista richiama il termine latino mereo mentre prostituta è legata a prostat cioè colei che per guadagno o per libidine, si mette in mostra, e provoca a sozzure.

Tipico di Tommaseo è il legare gli esiti di una fine e rigorosa indagine filologica a personali giudizi di merito e morali i quali gli fanno aggiungere:

« [La prostituta] è più comune, più venale. Taide meretrice, Messalina prostituta. Ogni abbracciamento venale è meretricio, prostituzione non è. »

Egli inoltre affermò

« Le meretrici di caro prezzo non sono prostitute; le prostitute da’ genitori o dai mariti, che nulla guadagnan per sé non meritano l’altro nome [meretrici]. »

A rafforzare la distinzione fra prostituta e meretrice egli richiama un’evidenza storica:

« Le prostitute nei templi pagani per atto di devozione, meretrici non erano; e si credevano far opera meritoria. »

(Niccolò Tommaseo. Nuovo dizionario de’ sinonimi della lingua italiana, Napoli, Bideri, 1905).

È con un decreto del 1859, voluto da Camillo Benso, conte di Cavour per favorire l’esercito francese che appoggiava i piemontesi contro l’Austria, che si autorizza l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione in Lombardia. Il 15 febbraio 1860 il decreto fu trasformato in legge con l’emanazione del “Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione”.

Nascono le cosiddette “case di tolleranza”, perché tollerate dallo Stato. Ne esistono di tre categorie: prima, seconda e terza. La legge fissava le tariffe, dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per quelle popolari, e altre norme come la necessità di una licenza per aprire una casa e di pagare le tasse per i tenutari, controlli medici da effettuare sulle prostitute per contenere le malattie veneree.

 

Un affresco rinvenuto in un lupanare – antesignano delle case di tolleranza – negli scavi archeologici di Pompei. Il fenomeno della prostituzione era già diffuso ai tempi dell’Antica Roma

In Italia la prostituzione è stata regolamentata dallo Stato fin dai tempi antichi. Nel Regno delle Due Sicilie, già nel 1432, era stata distribuita una reale patente per l’apertura di un lupanare pubblico; e anche nella Serenissima Repubblica di Venezia esistevano numerose case di prostituzione. Case di tolleranza erano presenti anche nello Stato Pontificio. Il Regno di Sardegnaintrodusse il meretricio di stato (pensato, voluto e realizzato da Cavour), anche e soprattutto per motivi igienici, lungo il percorso delle truppe di Napoleone III nella seconda guerra d’indipendenza italiana, sul modello di quanto già esisteva in Francia dai tempi del primo Napoleone.

Con l’unità d’Italia, una legge del 1860 estendeva questa pratica a tutto il paese, dove peraltro esisteva già una ricca tradizione di tolleranza in varie regioni. Lo Stato italiano si faceva carico di fissare anche i prezzi degli incontri a seconda della categoria dei bordelli, adeguandoli al tasso di inflazione.

Ancora, il testo definitivo della legge Crispi, approvato il 29 marzo 1888 vietava di vendere cibo e bevande, e feste, balli e canti all’interno delle case di tolleranza e l’apertura di case in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole. Le persiane sarebbero dovute restare sempre chiuse. Da qui i bordelli presero il nome di “case chiuse”. Giovanni Nicotera, ministro degli Interni, nel 1891, deciderà di ridurre le tariffe per limitare la prostituzione libera, che non subiva il controllo sanitario.

Nel 1900 si leva qualche voce per la chiusura delle case di tolleranza a seguito dell’attentato dell’anarchico Gaetano Bresci a re Umberto I. Bresci avrebbe trascorso alcuni giorni a meditare in un bordello prima dell’attentato, ma le minacce di chiusura pronunciate dal Presidente del Consiglio Saracco rientrano. Sarà Filippo Turati, nel 1919 a riaprire la querelle, ma per tutto il fascismo non si registrarono variazioni di merito nella legislazione sulla prostituzione se non una disposizione di Benito Mussolini .

degli anni trenta che imponeva ai tenutari di isolare le case con muri detti “del pudore” alti almeno dieci metri.

 

Interno di una casa di tolleranza a Napoli nel 1945

Ampi consensi popolari erano andati, ad esempio, al ministro degli Interni Giovanni Nicotera quando, nel 1891.
aveva dimezzato il prezzo di un semplice trattenimento in una casa di terza classe.

con ulteriori sconti per soldati e sottufficiali, mentre Urbano Rattazzi, anni prima.
aveva persino stabilito con un decreto ministeriale che una prestazione basilare doveva durare venti minuti. Il regime fascista, con il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1931, aveva imposto misure restrittive nei confronti delle prostitute, obbligate a essere schedate dalle autorità di pubblica sicurezza.
e sottoposte a esami medici obbligatori. La frequentazione di case di tolleranza era, prima della loro chiusura, una pratica abbastanza consueta presso la popolazione maschile.

mentre le donne che entravano a far parte della schiera delle prostitute avevano poche possibilità di affrancarsi da un mestiere che spesso era fonte di malattie veneree e quindi di una minore aspettativa di vita.

Anche dopo la fine della seconda guerra mondiale l’opinione pubblica era in buona parte favorevole.
alla prostituzione legalizzata, sia per ragioni di igiene pubblica.

sia per la volontà di porre un divario con le ragazze destinate a diventare spose e madri e per garantire alla popolazione maschile una valvola di sfogo per i propri istinti sessuali.

Il 20 settembre 1958, a seguito di un lungo dibattito nel Paese, è stato introdotto il reato di sfruttamento della prostituzione e le case di tolleranza sono state chiuse con la cosiddetta legge Merlin di Angelina Merlin del Partito Socialista.

La legge punisce lo sfruttamento della prostituzione o lenocinio. La legge equipara il favoreggiamento allo sfruttamento: infatti punisce “chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui”[2].

Si stima che oggi la prostituzione generi in Italia un notevole indotto (50.000 prostitute coinvolte.
9 milioni di clienti, 19-25 miliardi di euro il giro d’affari stimato) sottratto all’imposizione fiscale[3].

Nonostante il dibattito politico si sia riacceso a partire dagli anni 2000, non vi è attualmente alcuna regolamentazione legale del fenomeno.
malgrado diversi tentativi di modificare la legge. Nel 2003 un disegno di legge di Umberto Bossi e Stefania Prestigiacomo varato dal Consiglio dei ministri vietava la prostituzione nelle strade.
, ma la ammetteva nelle case private e al chiuso e non avrebbe ripristinato le case di tolleranza. Nella Legislatura passata, l’8 febbraio 2007, l’onorevole Franco Grillini ha presentato una proposta di legge[4], tesa a disciplinare l’esercizio della prostituzione e ad affermare la dignità.
e il diritto alla sicurezza e salute delle persone che si prostituiscono.

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